mercoledì 6 gennaio 2010

Liliana Borriello





Il libro “I miei amici cantautori” raccoglie i contributi della Pivano, prevalentemente di carattere giornalistico, su cantautori conosciuti più o meno approfonditamente nel corso della sua vita.

Nell’introduzione la Pivano spiega che è complice della musica sin da bambina, quando ascoltava con sue padre le arie di Giuseppe Verdi al grammofono, e da quando la mamma le regalò il famoso pianoforte Pleyel di mogano.

Conseguì nel 1940, il diploma di pianoforte presso il Conservatorio di Torino. Suonava musica classica e da film per scoprire poi la musica atonale. Negli anni ‘50 ascoltava Sinatra e in America i musical basati sul rock; ad un certo punto ha suonato l’Armonium insieme a Ginsberg girando tutta l’Europa dalle 20 fino a mezzanotte.

Gli ultimi anni hanno visto un intensificarsi della sua passione per la musica e i cantautori. Innato è stato il suo amore per De Andrè che ritiene il più grande poeta della seconda metà del ‘900 italiano. Dai giganti Bob Dylan -“Una specie di Omero del ventesimo secolo”-, e De Andrè -“Il nostro poeta più bravo”- a Jim Morrison a Kurt Cobain, la Pivano incontra e racconta i poeti rock.

Scrive a Vasco Rossi: “Le tue mani grondano immaginario collettivo e la tua sincerità ti fa amare dai giovani”; spiega a Ligabue: “Un miracolato capace di dire la cosa più giusta, semplice, popolare al momento giusto”. E ancora Jovanotti, V. Capossela, L. Anderson, D. Bowie, J. Cace, P. Ciampi, F. Guccini, L. Reed, Patti Smith, B. Springsteen. La Pivano li ha conosciuti, intervistati, ha analizzato i loro versi.

Il testo succitato è una sorta di manifesto a favore di un’arte che ha conquistato le teste e i cuori di milioni di persone. È eccezionale che Fernanda si sia inserita in primissima persona in un lasso di tempo che riguarda la nostra storia musicale più recente dal ‘60 ad oggi: tutto il pop rock contemporaneo ha valore solo se relazionato agli anni ‘60-‘70.

I cantautori degli anni ‘60


I cantautori degli anni ’60, quasi tutti di Genova, Paoli, Bindi, Tenco, Lauzi, De Andrè, Endrigo, Ciampi, Meccia, parlano di solitudine, di amori infelici, di amore come difesa dal mondo e antidoto della noia; più che dei musicisti sono degli intellettuali.

Paoli è un pittore, Ciampi un poeta, Tenco e Lauzi ottimi studenti universitari. Essi esprimono la tensione verso altri valori ed altri stili di vita. Tra i loro amori il jazz, il blues e la canzone francese: Brassens, Brel, Ferrè, Mouloudji. Erano i portavoce di un malessere diffuso verso le mitologie del benessere e del consumo, verso l’Italia “gaudente e volgare di quegli anni”.

I loro testi, come la loro vita, del resto, (Paoli, nel ‘63, tentò di togliersi la vita, Tenco nel ‘67, pose fine ai suoi giorni), sono pieni di dolore e di disperazione autentica. Con i loro abbigliamenti eccentrici, con i loro atteggiamenti “irregolari” (oltre che con le loro canzoni) trasmettono all’Italia discofila e pudibonda di allora una carica di anticonformismo, di spregiudicatezza, un’ansia di rinnovamento che influenzeranno schiere di giovani che cominceranno a vestirsi alla maniera di Gino Paoli: maglioni neri all’esistenzialista, pantaloni spiegazzati, occhiali dalle lenti affumicate.

I cantautori si ispirano alla quotidianità; nell’impianto formale delle loro canzoni domina la prima persona singolare; l’interlocutore, il TU, è il compagno o la compagna, qualche volta un oggetto o un luogo idealizzato. I modi e le locuzioni sono accentuatamente colloquiali. Si sentono echi di Gozzano e Montale, di Saba e Pavese o del Surrealismo francese, come soprattutto nelle composizioni di De Andrè.

Come, nell’Ermetismo, l’oggetto diventa un simbolo, acquista uno spessore metafisico: il rotolìo di un barattolo racconta la fine di un amore; le passeggiate serali alla ricerca di un itinerario dell’anima, di un andare a ritroso verso il tempo felice della giovinezza, dell’innocenza. Queste canzoni esprimono, di volta in volta, il desiderio di una vita meno conformista, il rigetto dei falsi valori del benessere, la difficoltà e la fatica dell’amore, il sogno di amori liberi e disinibiti. Documento della canzone “beat” su modelli americani Kerouac, Ginsberg, è il testo: “Dio è morto” di F. Guccini degli ultimi anni ‘70.


Dio è morto ucciso dal consumismo, dai poveri effimeri piaceri della civiltà moderna. Ma la canzone popolare alimenta nuove fedi e nuove speranze e Dio risorge nella ribellione pacifica della generazione giovane:
“Perché noi tutti ormai sappiamo
che se Dio muore è per tre giorni
e poi risorge.
In ciò che noi crediamo Dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo, Dio è risorto,
nel mondo che faremo,
Dio è risorto”.
In questo clima di rivendicazione di nuovi ideali, di protesta contro il consumismo piatto e spersonalizzante, vivo è l’interesse della Pivano per i cantautori suoi amici e, così, scrivendo un pò di storie degli eroi della musica contemporanea, ha voluto dedicare il suo rispetto, la sua riconoscenza, il suo amore per i cantautori che hanno lasciato pagine significative della nostra musica. Si tracciano i ritratti di De Andrè e Guccini.



Il ritratto di De Andrè
“La prima volta che ho sentito la sua voce è stato sul mare di Nervi, veniva da un minuscolo juke-box, cantava “La guerra di Piero”; rimasi incantata anche dalle parole. Cercai di mettermi in contatto con il produttore del disco perchè stavo curando per l’editore Feltrinelli “L’Antologia della pace”. Solo più tardi Fabrizio, accompagnato dal suo manager Roberto Danè, è venuto a casa mia comunicandomi che voleva fare un disco su Spoon River.

Tempo dopo mi fu comunicato che stava registrando il disco, stava rendendo immortali quei teneri versi della mia adolescenza. Questo segnò l’inizio della nostra amicizia.

Cosa ammiravo in lui? Come Bob Dylan era la voce di gente libera, fuori dai sepolcri imbiancati, con gli occhi spalancati sulle ingiustizie del mondo, con ironia bruciante per i falsi poteri e tenerezza senza confini per le debolezze degli uomini.

La loro realtà è fatta di cose semplici, di rispetto per l’amore e la morte, di orrore per l’ipocrisia e la violenza: il tema della droga, come quello della guerra, è ricorrente nelle sue canzoni. “La guerra di Piero” (1964) è intrisa di umanità; gli ultimi versi: “Dorme sepolto in un campo di grano, vegliato da mille papaveri rossi”, in un trionfo della natura rivela l’amore di Fabrizio per la creature infelici. Fabrizio ha scritto già vicino alla morte la grande poesia “Smisurata preghiera” (1996); egli dice: “Sullo scandalo delle armi, su tanto dolore, la maggioranza sta ferma a recitare un rosario di ambizioni e di paure, di astuzie, di superbia mentre chi procede in direzione opposta cerca di consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”. Con questo messaggio ci congediamo ripetendo con lui: “Ricorda Signore questi servi obbedienti”.



Ritratto di Francesco Guccini


“A suo modo è un “classico” anche il suo essere uomo della provincia, delle città piccole, di un paese, della montagna e nello stesso tempo essere capace di evocare epopee, slanci, mitologie, avventure” (Edmondo Berselli).


“Di Guccini sono amica da tanti anni quando stavo nella folla ad applaudire la sua “Locomotiva”: le sue canzoni cominciano con nomi di città e di luoghi; storie dei mesi, delle stagioni e delle fasi dell’esistenza scandite da un ritmo che non è soltanto quello della nostra modernità, ma quello di una persistenza senza tempo: la bellezza di una canzone consiste nella possibilità di ispirarsi ad una storia e di proiettarla in uno spazio senza tempo, in una specie di eternità.

F. Guccini è diventato un’icona militante e si presenta come un poeta della canzone impegnata, un narratore di storie, che ha letto molti libri e alla fine molti ne ha scritti, dopo aver dato forma a canzoni lunghe quasi come romanzi.

In gioventù Guccini ha frequentato le letture di Bob Dylan e Allen Ginsberg come si nota nel suo primo disco del 1966. Guccini si era imposto nella realtà parlando di olocausto e di temi sociali. Famose sono le canzoni come “Auschwitz” (portata al successo dall’Equipe 84) e “Noi non ci saremo” (affidata agli amici Nomadi). Dello stesso periodo è un’altra canzone affidata ai Nomadi: “Dio è morto”, censurata dalla Rai ma non dal Vaticano. Di Guccini so che scrive libri gialli e romanzi autobiografici in modenese ed ha un grande amore per la letteratura in generale e per l’America.

Anni fa Guccini, invitato a Conegliano dove si riunivano i protagonisti della poesia beat si è esibito fra i poeti un pò spaesato. Era molto più a suo agio a Sanremo; con De Andrè si è incontrato a Bologna nella solita osteria e hanno cominciato a giocare a carte dimenticandosi di tutto e di tutti.

La Pivano gli chiede come ha imparato così bene la lingua e il dialetto dei suoi poeti americani e Guccini risponde che l’ha studiata a scuola, all’università e poi di aver insegnato italiano dal ‘65 all’85 in un college americano con sede a Bologna. Comunque la sua generazione era tutta filoamericana. La Pivano chiede ancora il motivo della composizione “Amerigo”. Guccini risponde che è una delle sue canzoni preferite perchè legata al suo paese, ai suoi ricordi, alle sue radici. Ancora la Pivano chiede se i personaggi delle sue canzoni sono il frutto degli anni ’60-‘70 o sono anche di oggi. Egli risponde che questi personaggi sono eterni; la canzone è un oggetto misterioso, che vola per l’aria e a volte si ferma nella mente delle persone, può darsi che rimanga come un “monumento più duraturo del bronzo” (Orazio).

Caro Guccini io non credo nei monumenti più duraturi del bronzo, ma penso che le passioni siano le sole realtà durature almeno quanto la vita; ti ringrazio della tua disponibilità, dei tuoi dischi belli per sempre e dei tuoi sogni che ti aiuteranno e ci aiuteranno ad essere felici.

Mi congedo da voi così:
Amici dolcissimi, vi proteggano gli dei di tutti i tempi, di tutti i paesi, e proteggano con voi i vostri sogni di non violenza e di pace”.

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