mercoledì 18 febbraio 2009



Recanati, 29 giugno 1798. Nell’austero palazzo dei Conti Leopardi nasce Giacomo;

Zelazowa-Wola. 21 febbraio 1810, viene alla luce F. Chopin.

Bimbi dall’intelligenza vivissima e dalla sensibilità morbosa, crescono, diventano adolescenti dal temperamento lirico, con “smoderato e insolente desiderio di gloria” ed infine uomini delusi con una pena struggente nel cuore. L’ambiente familiare contribuirà alla loro precoce formazione: conservatore e severo quello del Leopardi, liberale e indulgente quello di Chopin. I due padri sono diversi per origine e temperamento: il Conte Leopardi ha una mentalità angusta, caparbia, legata ai pregiudizi di casta e di chiesa; il professore Chopin è un uomo di larghe vedute, diverso anche per la sua concezione politica. Monaldo è un reazionario, nemico di qualsiasi rivoluzione, il secondo è un liberale entusiasta e, pur dissimili tra loro, nutrono un amore incondizionato per il proprio figlio. Pur accomunati dal desiderio di vedere affermati i figli, differiscono nella maniera di realizzare il loro sogni. Il padre di Giacomo, convinto della sua superiore preparazione culturale, soffoca il figlio; quello di Chopin lo sostiene purchè si realizzi. Quando Leopardi si rovinerà dopo “i 7 anni di studio matto e disperatissimo”, per l’indebolimento della spina dorsale fino alla deformazione completa, tale menomazione incide sull’animo del Leopardi che, educato alla luce del mondo classico, ha il culto della bellezza; la coscienza di essere brutto lo addolora, lo umilia. Il padre non vi da importanza, per lui soltanto la cultura non delude; Giacomo non si deve angosciare, ha il solo dovere di essere il continuatore delle idee politiche, religiose, culturali del padre. Il giovane crescendo si sente diverso, vuole evadere dall’ambiente opprimente familiare, tenta la fuga poi sventata; trascorrono mesi lenti tetri, immutabili. Nel 1822, Giacomo ha il permesso di andare a Roma presso lo zio materno; troppo tardi, si è spenta la gioia di vivere.

Roma, Milano, Bologna, Firenze, Pisa e per ultima Napoli, sono le città prescelte per il suo volontario esilio. In un momento di acuta nostalgia scriverà al padre: “Io faro ogni possibile per rivederla in qualunque stagione” (Lettera maggio 1837). 13 giugno 1837: il poeta muore, non si rivedranno più.

F. Chopin vede nel padre un modello di marito e di padre: prova per lui una grande riconoscenza: quando egli ha compreso che è un adolescente geniale lo affida, per gli studi di armonia e di contrappunto, al maestro Giuseppe Elsner, direttore del conservatorio di Varsavia. Gli facilita la partenza per Vienna ove editori accreditati possono pubblicargli le composizioni ed organizzatori di concerti avvicinarlo al pubblico. Si rende conto che, solo all’estero, il figlio potrà diventare famoso. Il musicista resterà in Francia 18 anni: l’atmosfera di cultura e di arte che regna in Francia lo soddisfa, come lo commuove l’ammirazione dei francesi per gli esuli polacchi; Parigi gli fa rinascere la gioia di vivere. Un carteggio fitto tra padre e figlio testimonia l’affetto, la premura del padre nel dargli consigli affettuosi e saggi sul piano professionale ed umano. Il tempo passa, il vecchio padre curato dalla moglie e dalle figlie prova una profonda nostalgia del figlio lontano: chiede che i suoi ritratti stiano accanto al letto per avere l’illusione di averlo ancora vicino.

Anche le madri sono diverse per educazione e carattere. La contessa Adelaide Antici, di nobile famiglia dalle tradizioni guerresche e clericali, è affetta da un inguaribile male: l’avarizia; non ha nulla di romantico, mediocri capacità intellettive, priva di ideali e di sentimenti elevati, i falsi convincimenti religiosi le deformano il carattere: preoccupata di proteggere se stessa e i suoi familiari dall’insidia del demonio, mortifica la sua femminilità, soffoca in sé o pretende di soffocare negli altri qualsiasi sentimento, perchè convinta che ogni affetto terreno allontani l’uomo da Dio. I “conti” sono la sua abilità, il risparmio il suo metodo. Perduta la freschezza della gioventù, la contessa Leopardi diviene un essere annientato dalla fatica fisica, privo di interessi spirituali e sociali. Con il suo temperamento calcolatore, bigotto, crea un’atmosfera deprimente che annienta tutti. Chi soffre di più è Giacomo. La deformazione fisica del figlio non la disorienta, anzi afferma: “La bellezza è una vera disgrazia”. Durante l’adolescenza, il poeta, malandato nel fisico ed esigente nello spirito, desidererebbe una tenera premura della madre e le scrive: “La prego di volermi bene, tanto che sono un bravo ragazzo e le voglio quel bene che ella sa o dovrebbe sapere” (Lettera del 1923). La contessa si augura che il figlio, per la sua deformazione fisica ed incapacità di trovarsi un lavoro stabile, voglia abbracciare la carriera ecclesiastica, tanto più che la mantellina potrebbe nascondere la gobba. Il poeta la delude anzi, col passare del tempo perviene ad una visione materialistica della vita; non compreso dal punto di vista spirituale, lo è ancor meno da quello intellettuale. La madre non prova orgoglio di avere un grande figlio, i suoi successi di letterato la lasciano indifferente. Quando, dopo morto, qualcuno si complimentava con lei per aver generato siffatto figlio, rispondeva: “Che Dio lo perdoni”. La sua vita continua nel mescolare in camera preghiere e conti della giornata.


Non cosi è per Chopin: la madre rappresenta la perfezione femminile; dotata di un temperamento docile, crea intorno a sé un atmosfera cordiale in cui tutti i suoi familiari possano realizzarsi. Essa ha un ruolo determinante nella formazione musicale del musicista. Amante come il marito e i figli della compagnia, riceve, tutti i giovedì e le domeniche, letterati, musicisti, pittori. Centro di attrazione di queste serate è il piccolo Federico che si esibisce, al piano, o in divertenti imitazioni. Nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, educa il figlio con fermezza e saldi principi che lo inducano a raggiungere un ideale di perfezione umana ed artistica. Dopo la partenza del figlio per l’estero lo segue da lontano con la stessa trepidazione. Quando Chopin la rivedrà dopo cinque anni, scrive alle sorelle: “Passeggiamo, parliamo di voi, ci raccontiamo quante volte uno di noi ha pensato all’altro”. È l’ultima volta che stanno insieme. Il 17 ottobre 1849 il musicista morirà assistito dalla sorella Luisa, da alcuni amici; la madre, alla notizia, rimane impietrita, ma la preghiera la aiuterà a sopravvivere.

È chiaro che i genitori di Leopardi non riescono, come quelli di Chopin, a soddisfare le esigenze psicologiche e sentimentali del figlio; per essere meno severi, bisogna dire che i conti Leopardi sono dei genitori mediocri cui il destino ha affidato un ruolo difficile, inadeguato alle loro reali possibilità: l’educazione di un figlio geniale. Essi si illudono di difendere il figlio, obbligandolo a vivere secondo la loro visione della vita, e non si accorgono di ucciderlo spiritualmente ogni giorno un pò. Con il loro modo di agire hanno alimentato la tendenza all’egocentrismo e alla sofferenza. Diversamente i genitori di Chopin creano intorno al figlio un clima di serenità affettuosa dove non esistono contrasti. Leopardi e Chopin devono ai genitori i tipici atteggiamenti della loro personalità umana, ricca di inventiva, che riesce ad esprimere il proprio conflitto interiore solo nella creazione artistica.


Liliana Borriello

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