sabato 24 gennaio 2009

Il giorno della memoria



Lo Stato Italiano, con la legge 20 Luglio 2000 istituisce il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “giorno della memoria”, per ricordare lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la deportazione, la prigionia, la morte di tanti innocenti di tutte le età e nazionalità. Mentre la civiltà del mercato in cui viviamo tende a suggerire l’oblio, noi, quali testimoni e attori del nostro tempo, siamo responsabili dei ricordi che abbiamo ereditato e, se la memoria è atto della mente (come suggerisce la parola dimenticare), lo è anche del cuore, come è iscritto nella parola ri-cordare, ed allora ricordiamoci di ricordare.


Quando, il 27 gennaio 1945, si aprirono i cancelli del campo di concentramento, svelandone l’orrore: “una vera epifania negativa”, i testimoni, i sopravvissuti raccontarono i dettagli della “Shoah”. Anche se la storia ha registrato stragi e genocidi, quello attuato in Europa nel ‘900, contro gli ebrei ed altre minoranze, assume le caratteristiche di un radicale metodo di sterminio, con modalità tecnologicamente evolute. Ecco perché si parla di “Shoah”, vocabolo ebraico che significa distruzione e catastrofe.

Essa si distingue da altri genocidi: “non c’era scampo”. Bastava il 25% di sangue ebraico, bastava un non ebreo per meritare la morte. Questo è sufficiente a capire il grado di ferocia. Tale progetto di annientamento venne concretizzato dal Terzo Reich, nel corso della seconda guerra mondiale, la cosiddetta “ soluzione finale”; è quindi doveroso ricordarsi delle vittime perché il ricordo delle loro esistenze, brutalmente troncate, può consentirci di costruire un futuro migliore.

Tra tanto orrore, vi furono, in Italia come in altri paesi europei, laici, religiosi di vario ordine, prelati che, incuranti della propria incolumità, salvarono delle vite. Si ricorda, tra i tanti, il commerciante Guido Perlasca, che, nell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale, a Budapest, riuscì a salvare migliaia di ebrei, fingendosi un diplomatico spagnolo. Luminosa è la figura di Giovanni Palatucci, commissario e questore reggente di Fiume; durante la sua permanenza nella città, si stima che abbia aiutato a salvarsi circa 5000 persone.

Pur conscio del pericolo che correva, continuò nella sua missione, ma il 13 settembre 1944, arrestato e tradotto nel carcere di Trieste, fu poi trasferito nel campo di sterminio di Dachau, dove morì, pochi giorni prima della liberazione, a soli 36 anni. Nel 1990 lo Yad Vashem lo giudica: “Giusto tra le nazioni” e, nel marzo 2004, viene proclamato beato. Il 15 Maggio 1995, lo Stato Italiano gli ha conferito la Medaglia d’Oro al merito civile alla memoria.

Tuttavia storici e uomini politici negano la Shoah: “Il numero degli ebrei uccisi è inferiore a quello denunciato”; “L’Olocausto è solo propaganda alleata per giustificare la nascita dello Stato d’Israele”; “I campi c’erano, ma avevano funzioni diverse da quelle dichiarate, e gli ebrei ne farebbero uno strumento per confermare la loro egemonia politica, culturale, economica” (P. Guillame). Altri (P. Rassinier, M. Bardeche) sostenevano che i campi furono luogo di detenzione ma non di sterminio. La Shoah non avvenne mai, è solo una “menzogna storica”. L. Darquier De Pellepoix, affermava che nei campi si uccidevano solo “pulci e cimici”. R. Faurisson, poi, dichiarò che “le camere a gas “non sono mai esistite”. Altri “negazionisti” riconoscono la grandezza del regime hitleriano, rivendicando l’eredità dello sterminio e rammaricandosi della sua incompiutezza.

Anche se è legittimo opinare diversamente, non si può negare l’esistenza dell’Olocausto. Eppure il presidente iraniano Ahmadinejad negandone la veridicità, predica la cancellazione dello Stato d’Israele, fomentando l’odio per gli ebrei. Oggi, nel riacceso conflitto nella striscia di Gaza, tra il raccapriccio e il dolore per la morte di tanti innocenti, queste posizioni sono riemerse. Ma sovrapporre e miscelare confonde chi osserva, perchè si alterano scale di valore e di giudizio. Poiché i “negazionisti” sono l’espressione di un passato che si riaffaccia, sul proscenio della storia europea appaiono fantasmi mai scacciati e pronti a rimaterializzarsi se i tempi dovessero presentarsi propizi.

In questo contesto è bene ricordare anche i famosi “spaesati d’Europa”, persone senza più patria, documenti, nazionalità; profughi dai paesi baltici ed altre zone d’Europa costituivano non solo un problema di assistenza umanitaria, definiti addirittura “la più pericolosa bomba ad orologeria lasciata da Hitler”. Nacquero per accoglierli i nuovi campi di concentramento, con gli annessi problemi delle rivolte, delle ostilità delle popolazioni locali. Sono queste le storie di un dopoguerra durato oltre gli anni ’50, descritte da Silvia Salvatici nel libro “Senza casa e senza paese: profughi europei del secondo dopoguerra”. Ecco perché bisogna combattere ogni indizio di razzismo, di violazione, di sopraffazione contro i diversi e ogni rigurgito di Antisemitismo.

Il 27 gennaio, impedendo che, con i testimoni, scompaia il dovere della testimonianza, deve costituire un monito per l’immediato presente e per il domani. Il nostro cordoglio per quelle vittime e per tutte le altre nei vari paesi del mondo, non può ridursi ad una semplice partecipazione o a rituale commemorazione, piuttosto si converta nella consapevolezza che deve esistere un “MAI PIU’ ”.

Dalla lettura del romanzo “Il treno dell’ultima notte” di Dacia Maraini, si comprende come l’Olocausto e l’oppressione stalinista devono essere vissuti fino in fondo e con partecipazione, come la polvere densa e maleodorante uscita dai camini di sterminio nazisti, resti dentro di noi, nella storia della civiltà umana, come un demone addormentato.

Il romanzo ci invita a mantenere vivo il ricordo. La limpidezza del linguaggio che varia a seconda del parlare e pensare di Amara o Emanuele; il raccontare i fatti con una progressione di immagini e foto; l’intersecarsi di storie che vedono gli stessi eventi da un punto di vista diverso, rafforzano la struttura del romanzo, ne potenziano la voce, confermando l’importanza della memoria, della conoscenza, della partecipazione umana e sociale, l’orrore per ogni “Lager”, per ogni tipo di ingiustizia.

A fine lettura, la fitta schiera di personaggi, l’idea di libertà di pensiero che viaggia come un treno nel tempo e nello spazio, un’idea limpida e irrinunciabile di indignazione contro il male, l’indifferenza e il cinismo, restano vividi nella mente. C’è molto dolore in questo romanzo, soprattutto nella parte finale. Il dolore che uccide o trasforma le persone, nel corpo e nello spirito. C’è un enorme contrasto tra chi ha subito i crimini e chi li ha ordinati o eseguiti (si pensi ad Adolf Eichmann che, durante il processo di Norimberga ebbe il coraggio di definirsi salvatore del popolo ebraico) e chi sapeva, ma non voleva capire: per interesse, ottusità o cinismo.

1956. E’ l’anno in cui Amara, protagonista del romanzo, intraprende il viaggio della ricerca o della memoria. Il 1956 è stato l’anno in cui, nel cuore della guerra fredda tra i due mondi polarizzati del capitalismo e del comunismo, i cingoli dei carri armati russi nelle strade di Budapest mandarono in frantumi un’utopia. La ventiseienne Amara è una giornalista, inviata all’estero con l’incarico di stilare un reportage della vita dei paesi oltre cortina e, nello stesso tempo, ora che gli archivi dei campi di concentramento nazisti sono sempre più aperti al pubblico per la consultazione, tentare di scoprire la sorte del suo amico d’infanzia Emanuele Orenstein.

Questi era figlio di un proprietario di una fabbrica di giocattoli a Rifredi, vicino Firenze, dove il padre di Amara faceva il ciabattino. Vorrebbe scoprire la sorte di quel bambino ebreo dolce e sensibile che dalla Toscana si era trasferito con la famiglia a Vienna proprio durante il periodo delle leggi razziali, come a sfidarle, visto che erano ricchi e la mamma di Emanuele era austriaca e nazista, e inoltre suo padre era stato un eroe della prima guerra mondiale da dove era tornato con una medaglia al valore e senza un braccio.

I due adolescenti erano rimasti per un certo periodo di tempo in contatto epistolare, fino al 1943, quando la famiglia di Emanuele era stata rinchiusa nel ghetto di Lòdz. Amara non aveva più notizie del suo amico: sono passati 13 anni dall’ultimo contatto. Ella porta con sé le sue lettere che rilegge fino a imparare interi brani a memoria. Alcune di queste, trascritte in corsivo nel romanzo, sono via via più penose quando il ragazzo descrive nei minimi dettagli la vita, la durissima lotta di sopravvivenza nel ghetto.

Amara è un personaggio femminile dal carattere tenace, che si immerge nella storia del ‘900 per comprenderla, non vuole chiudere gli occhi nemmeno sulle cose più brutte e raccapriccianti. La “soluzione finale” appare in tutta la sua tragicità, la “Banalità del male” (H. Arendt, 1963) è narrata in una delle tante storie che intersecano quella principale: la moglie di un ufficiale nazista si accorge di qualcosa di strano nel raccogliere cicoria nel prato e si domanda cosa possa essere quella polvere densa e maleodorante che le si appiccica addosso.

Molti avevano tratto profitto economico arricchendosi dei beni sottratti agli ebrei. Oltre ai lager, ai milioni di morti, per oltre un decennio fu perpetrata una rapina sistematica e spietata ed anche di questo è bene parlare e serbare memoria. Il treno porta la protagonista in Ungheria, nei giorni della sollevazione di Budapest: ove assiste al desiderio di libertà calpestato dai carri armati russi, da un regime comunista che sembrava voler proteggere le classi lavoratrici e tutto questo scempio, con l’approvazione dei vari partiti comunisti europei. È un viaggio di scoperte molteplici, inaspettate, un inoltrarsi nella giungla oscura, quella di “Cuore di tenebre” di Conrad, sino a condividere quel grido sussurrato: Che orrore! Che orrore!.

Infine il treno riconduce Amara a Vienna, verso la conclusione di questa storia e al probabile incontro con l’amico d’infanzia. Cosa sarà rimasto di quel bambino ribelle ma sempre allegro e così pieno di vita? Solo un relitto umano, un violento: si dichiara morto e sepolto. Le scarica addosso tutto il suo livore rivelandole gli aspetti più abbietti della sua vita: il degrado fisico, l’abiezione in cui è caduto pur di sopravvivere; gli ultimi periodi prima della liberazione: le marce della morte, l’essere diventati carnefici: il più forte contro il più debole; aver commesso delle cose per cui ci si sentiva sporchi, luridi e macchiati, “Tutto si può fare per sopravvivere, è questa la condanna più disgustosa, la più sapiente, quella che ci ha uccisi meglio”. Amara si chiede, allora: “Si può morire senza morire, si può perdere sé stessi senza perdere il proprio corpo?”.

Aveva cercato una persona e ne aveva scoperto un’altra; cercava un ragazzino innocente, perseguitato e ferito e aveva trovato una furia. Il costo della sopravvivenza era stato talmente alto che Emanuele non riusciva a pagarlo. Amara, profondamente scossa, chiedendosi del senso delle cose, riflette sull’inferno dei campi di sterminio, se è preferibile la morte o la devastazione dello spirito: “vivendo in oltraggio a se stessi”. -Il futuro si apre davanti a lei come un fiore precoce che ha sentito il primo raggio di sole, ma potrebbe rimanere congelato sul ramo. Perché la primavera non è ancora arrivata e quel raggio di sole l’ha ingannata-.

Liliana Borriello

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