martedì 2 settembre 2008

Katambra, l’oscuro fiore

Si è appena conclusa nel Salone delle Logge di Castel Nuovo di Napoli la collettiva curata da Ugo Piscopo, dal titolo alchemico di Katambra; termine di recente conio specifica Piscopo, che contiene in sé un rapporto con l’ambra, la meravigliosa resina fossile adoperata sin dall’antichità per monili e bracciali, e capace di innescare valenze simboliche di collegamento tra l’anima e la mente individuali con l’anima e la mente universale del cosmo. Ma anche fiore, misterioso, oscuro. Un termine dunque gravido di conseguenze quello assunto dal curatore per gettare luce e indicare percorrimenti sulle proposte linguistiche di sette artisti campani, le cui differenze di linguaggio sono assunte da egli come segno forte di una ideale mobilitazione.

Gli artisti sono : Claudio Carrino, Gerolamo Casertano, Maria Luisa Casertano, Gianfranco Duro, Claudio Infante, Michele Mautone, Pasquale Truppo.

E’ difficile per il critico oggi individuare le linee maestre dell’arte contemporanea, i piani di indagine mutano con estrema velocità, e ai molti che sembrano assurgere a ruoli di “ postazione avanzata “ si fronteggiano altri che difendono gelosamente la loro ricerca attestata saldamente su una rilettura di correnti storiche del Novecento.

Sono incline dal mio osservatorio a considerare Katambra come luogo di accadimenti di forti diversità, che non potevano saldarsi tra loro, ma rivendicare appunto la loro eterogeneità dissonante di luogo dove cozzano lame di forti e esasperate convinzioni.

Il periplo inizia con Claudio Carrino che affida al segno e soprattutto a gesto-colore il compito di significare un mondo, in origine di impostazione informale, o post-informale, per poi declinare verso il sesto acuto d’indagine ottica e cromatica; il colore è sempre colore di qualcosa, sembra dirci Carrino, non lo percepiamo in assoluto, ma come condizione per introdurci in un mondo fatto di valenze in contrasto di luce, di bagliori e di oscurità, di accecamenti improvvisi, di scudisciate di luce che sembrano colpirci lentamente in dissolvenza. La materia trascolora, perde peso, e solo le intime essenze della visione, destrutturate, restano a popolare il campo visivo.

Fotogrammi in dissolvenza di luce-colore, fermo-immagine del cosmo.

All’opposto la ricerca di Gerolamo Casertano, che almeno da due decenni, ad essere avaro di date e di tempi, combatte come il cavaliere errante la sua sfida con simboli appuntiti e forme geometriche

di storica provenienza ( costruttivismo, astrattismo geometrico, futurismo ) che hanno determinato i linguaggi artistici del Novecento.

Alcuni di questi lavori conservano anche a distanza di anni, come QTRK-4 opera del 1987 ( che ha valore storico anche per l’autore, se presenta nel 2008 una sua opera di venti anni or sono ) una loro indubbia fascinazione di segni, di sagome erranti, di forme rotonde in contrasto ad altre appuntite, una provenienza non sai se dall’incubo feroce della notte, oppure da uno sguardo sulla surrealtà che tutto ingloba, tutto rilegge con i suoi codici indecifrabili di senso.

Una pittura quella di Casertano attestata nel tempo per le sue investigazioni, e decisa a non cambiare punto di osservazione sul mondo.

Il colore in grandi sintesi di masse cromatiche che si incastrano e si cercano sul piano di superficie è la condizione di accesso alla pittura di Maria Luisa Casertano, sensibile artista attratta dal colore per dense masse che l’autrice sul terreno del post-informale indaga con forti connotazioni intimistiche.

Sembra essere, questa ricerca nella bufera del colore, un transito sofferto in se stessi mentre come annota R. Char “ E’ l’ora che le finestre s’involano dalle case per accendersi in capo al mondo dove il nostro mondo spunterà “.

Spunterà di nuovo l’alba sul mondo rigenerato dalle sue scorie, sembra pensare la Casertano, che invoca le capacità catartiche del colore per alleggerire di peso il proprio corpo davanti al mondo.

Intense, mentre si fondono in inedite volumetrie di luce e di materie, le superfici solcate dal colore che esausto s’adagia sulla pelle del mondo.

Opere recenti, dal 2006 al 2008, le quattro grandi tele di Gianfranco Duro, che celebra il colore, i reticoli sommersi di senso, l’alchimia dello sguardo a rileggere il passato che torna con forza e insistenza, a ricollegarsi alle sue stagioni operativamente molto attive tra gli anni 70 e 90, sui temi forti della denuncia sociale, sull’emarginazione, sulla messa “ in disparte “ di tanti, di troppi più deboli.

Ma le nuove opere fresche di impegno lo vedono riproiettarsi deciso verso intense configurazioni simboliche e cromatiche, in cui la natura, il paesaggio, i luoghi, sono assunti a forza viva dell’immagine, con segni icastici, pulsanti e frementi sotto cenere di brace.

Sembra essere all’opera la memoria archeologica del colore, che è colore di rovine, di ritrovamenti e memorie, di architetture vere o immaginarie.

Rossi infuocati ( cieli gravidi di minacce ) verdi marci, l’azzurro cobalto, poco il nero ( assenza, sfiducia ) popolano i lavori di questo intenso periodo a ridare ancora una volta nuovo scorrimento alla pratica della pittura.

Sembrano pensati per lui i versi del poeta Franco Capasso contenuti in “ Dei colori “ che dicono “ In tutta questa luce, in tutto questo fuoco, e l’aurorale momento del dono. L’orma quieta l’orma chiara, tutte le porte chiuse, e l’orrore della febbre, e l’orrore della morte “.

Michele Mautone presenta Ritratto di città, un lavoro del 2000, Edicola variopinta dello stesso anno, La Vittoria dissacrata del 2006, e una Edicola lucerna.

Sono diversi anni che questi paesaggi, in senso plastico e antropologico, popolano con insistita frequenza l’universo immaginativo di Mautone, che colloca le sue materie amalgamate ( gesso, sabbia, ferro, cemento, legno ) nello spazio circostante e interlocutorio.

Da Venditti, Somaini, a Leoncillo, su cui ha molto riflettuto, il percorso si è fatto accidentato e gravido di conseguenze nel labirinto dei sensi riposti; la materia si slarga, cede, offre varchi inattesi di attraversamenti, occhi per penetrare nel suo labirinto – e protesi ferrose e prolungamenti fuori quadro agganciano lo spazio divenendo continuazione di esso.

Più complessa diventa la vicenda quando la materia continua la sua vita tracimando ( La vittoria dissacrata ) sul piano di calpestio come installazione “ site specific “ come luogo o accampamento della materia che dilaga, freme, rinviene, solidifica.

Questi lavori si situano, o almeno alcuni, in una sorta di area intermedia della visione, stanno tra la pittura e la scultura, e vivono questa simbiosi comune a diversi artisti, nello spazio prospettico e problematizzato della visione.

Claudio Infante opera tra pittura e assemblaggi plastici di materiali eterocliti; nei primi adopera con insistenza catrame, lamiera zincata, legno, con cui compone dei trittici di forte allusività semantica e esistenziale; materia scabra, ridotta ad avanzo di combustione, essenziale nella fluida povertà dello scenario che sollecita in lontananza memorie di Burri.

Nei secondi opera con lamierati e combustioni, con l’affastellamento certosino di pezzi di lamiera cuciti, agganciati, ricomposti come abito nuziale.

Altre sintesi determinano invece losanghe, forme romboidali, primitive ma nello stesso tempo moderne che si agitano nello spazio come in una aria di vetro, tenute insieme dal filo dell’ordito.

Pasquale Truppo, l’ultimo di questo periplo variegato di forme e di procedimenti, opera all’incrocio di pittura e design, preferendo intervenire in aree intermedie della visione, dando vita a manufatti che occupano lo spazio in quanto oggetti della quotidianità ( tavoli, sedie ) su cui interviene con cromatismi supportati da segni grafici, che narrano storie di interni, di infanzia , di scorrimenti di ore con discrezione e pudore; la pittura invade il vissuto quotidiano e ne rinnova le dinamiche percettive, rianima lo sguardo, apre ad un altro giorno.

Questi in sintesi i motivi centrali dell’agire dei sette protagonisti di Katambra, che l’analisi puntuale condotta da Ugo Piscopo, tra filologia, filosofia, ed esegesi del contemporaneo, supporta con forza e vigore.

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