Cosa significa dipingere

Pablo Picasso, il grande maestro spagnolo rispondeva Dipingere è il mestiere di un cieco. Egli non dipinge ciò che vede, ma ciò che pensa, cosa dice a sé stesso su ciò che ha visto “.

Si scrive perché si cerca compagnia, poi si pubblica perché gli editori danno un po’ di denaro “”

Anna Maria Ortese ( Roma, 13 giugno 1914 – Rapallo, 9 marzo 1998 )

martedì 20 luglio 2010

Amarcord tra monti e mare



Stamani sono uscito in perlustrazione tra monti e mare, ripide salite e altrettante discese tra i campi che sbucano improvvise di fronte al mare, tra Monte Somma e Vesuvio alle spalle e il mare della litoranea di Torre del Greco, e poi verso la Marina del Sole di Torre Annunziata.

Chi muove dai paesi vesuviani dell’entroterra, Terzigno, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, per raggiungere il mare più vicino e a buon mercato, deve salire prima verso il Vesuvio di spalle al Monte Somma, lasciando sulla sinistra salendo, i paesi di Boscoreale, Boscotrecase, Trecase, figli in origine certamente di uno stesso antico agglomerato di case, poi frammentato in altri piccoli agglomerati dai nomi molto simili.

La salita ha carattere di scoperta, di svelamento; l’orizzonte dall’alto si colora dei colori del mare, e più da vicino dei colori della spazzatura, che generosa e abbondante è lasciata da mani ignote lungo tutto il corso della strada.



Da questa postazione di avvistamento sono sospeso tra terra e mare; dal lato della montagna mi incanta il verde e la bellezza dei campi coltivati a viti d’uva generosa, e da alberi da frutto come le albicocche preziose e dolci; non mancano i pomodori, piccoli e appuntiti, forse il prodotto più amato e ricercato di questi campi assolati, che di sera risuonano del frinire delle cicale, come nelle belle pagine de “La provincia addormentata “ di Michele Prisco, scrittore nato a Torre Annunziata, che con questo romanzo attirò l’attenzione della critica - dal lato del mare, la terra scende a gradoni verso il mare.

I pini e la macchia mediterranea incastonano il paesaggio in uno scrigno; ma non è prezioso, è solo caro alle proprie radici.






A questa altezza è la ristorazione il dominus; una interminabile sequenza di sale per sposalizi, cresime, comunioni e battesimi, tengono botta a onta dello sporco e dell’incuria che non si concilia con il paesaggio, che non sai spiegarti in nessun modo.

Non dovrebbero esserci i rifiuti in nessun luogo, e né soprattutto qui.

Avverto un senso di provvisorietà, di incerto baricentro esistenziale; muri cadenti, ringhiere rugginose che hanno visto tempi migliori, tanti campi anche vicini a sontuosi ristoranti con prato verde e fontane, sono abbandonati e deserti di mani che potano, che zappano, che sradicano l’erba molesta che si infiltra in ogni dove.

Le fontane zampillanti di freschi scrosci dominano in molti di questi locali, nati negli ultimi anni con lo scopo di accogliere le folle tumultuanti delle cerimonie; lo sguardo non sa stare fermo, salta da un punto all’altro intercettando casette rurali mal costruite e sicuramente abusive, e rettangoli di campagna recintata con alte mura e ringhiere appuntite, schermate da teli verdi ombreggianti che non lascia filtrare lo sguardo verso l’interno.

E’ un luogo di forti contraddizioni, dove non ritrovi ciò che hai perso nel bailamme del tempo incombente, frustrante e opaco di luce, ma ulteriori motivi di scosse, per come l’ambiente ferito reclama una tregua.

Anche per me reclamo una tregua, e così speranzoso dirigo verso il mare.

I monti che amo, e il Vesuvio gigante alchemico mi hanno lasciato l’amaro in bocca.

Così prendo per il mare.

Il mare, il sogno di quando ero bambino.

Le mani sono le stesse, l’incuria e l’abbandono anche.

La fascia costiera che parte da Rovigliano dove termina la sua corsa il fiume Sarno, con i suoi colori marrone, è un lungo devastante elenco di sozzure, che non riesco bene a compilare. E me ne scuso.

Sono attonito, o forse in trance. Luoghi bellissimi incastrati con sapiente cesello tra terra e mare, sono diventati cadaveri esalanti l’ultimo respiro; il mare coraggioso con i suoi flutti perenni lambisce coste zeppe di sozzure, dove le buste di plastica e le bottiglie vuote, sono ingredienti costanti della vista; fogli di giornali sporchi e laceri forse usati dalle coppie in cerca di riparo svolazzano come farfalle per l’aria, mentre i piedi incontrano ostacoli al calpestio.

L’acqua del mare non riesco a stabilire di quale colore sia; una chiazza molto grande marrone, forse rigurgito beffardo di cloaca, svetta puzzolente al centro dello specchio d’acqua in prossimità dei lidi, dove i bagnanti si dispongono al sole.

Per arrivare dove sono in questo momento in cui prendo appunti, ho attraversato i campi che dalla strada Via Nazionale diretta verso Torre del Greco, in località Santa Maria La Bruna, sbucano sulla sottostante Litoranea.

Antiche costruzioni di impianto settecentesco con bei portali in pietra vesuviana svettano al centro di queste, che in origine erano grandi masserie rurali, dove negli ultimi anni le colture dei fiori in serra rappresentano la risorsa principale.

Ma il degrado è grande, oscura il cuore.

E anche i fiori, dicono, non esalano più profumi, nel senso che il settore è in crisi, dovendo lottare con i rincari dei costi fissi contro nazioni europee più competitive, e anche chi costruiva serre, ha dovuto riciclarsi in altri mestieri.

Molti locali e ristoranti di un tempo, attendono restauri, la salsedine arreca danni alle costruzioni più vicine alla linea del mare, mangia il ferro che diventa nero di ruggine, sbreccia gli intonaci, corrompe le mura di tufo.

Vado verso Torre Annunziata, da dove Giancarlo Siani, coraggioso, inviava “ pezzi “ pagati a caro prezzo, verso Napoli, verso Il Mattino.

Il corso principale, è ostruito da lavori stradali, così devio a sinistra tra budelli di vicoli senza luce, dove l’alterco di voci di donne è ferita, rompe la piatta monotonia di questo giro.

Destra e sinistra, poi in fondo a diritta, sono arrivato sul porto.

E che porto, poche imbarcazioni, poca vita, poco di tutto.

E i lidi della mia infanzia; Santa Lucia, Eldorado, Lido Azzurro, il più amato, il più desiderato, dove i corpi avidi di sole riposavano sulla sabbia nera vulcanica, prima di immergersi nelle acque non ancora marroni.

Sull’estremità del porto, vicino al faro, i miei amici abili nuotatori si tuffavano spavaldi, mentre restavo ad osservarli in quelle acque amate ma mai frequentate bene come loro.

C’è ancora, incredibile, la spiaggia libera, allora chiamata “ lido Mappatella “ dove entravano folle sciamanti; intere famiglie provviste di ogni pietanza e mercanzia da esporre e consumare sotto grandi ombrelloni a colori.

Una rete metallica divideva le due spiagge, e molti, via mare tentavano di infiltrarsi nel lido vicino, in cerca di conoscenze femminili, perché ben provvisto, tentando di scansare i guardiani che riconoscevano gli “ stranieri “.

Oggi, il lido “ Mappatella “ vero e proprio non c’è più, pochi ombrelloni però ancora resistono sulla linea di sabbia più vicina all’acqua, dove grandi cartelli da quando ho iniziato il giro marino, dicono a chiare lettere “ Vietato la balneazione “.

Il Lido azzurro è ancora molto frequentato, perché si è riconvertito, con piscine a cui abbina l’elioterapia, e così vedo molte mamme mentre attraversano la strada con i figli piccoli, dirigersi alla cassa.


Dalla piazza antistante i lidi, partivano in quegli anni, 1965/67/68 grandi pulmann pieni all’inverosimile di ragazzini, tra cui io, mamme, sorelle, cugine, qualche padre, diretti sulla via del ritorno ai paesi da dove sono partito stamattina per questo giro nei luoghi che ancora ci appartengono, nonostante tutto, e il brutto che avanza come l’alta marea.

giovedì 15 luglio 2010

Enzo Capuano parla di SCRITTURE


Si avverte, già dal titolo del libro, l’esigenza di Gaetano Romano di lasciare un segno chiaro, preciso, dei suoi pensieri.
“Scritture”
D’altra parte: Scripta manent.

E Romano questo concetto lo scrive, in modo chiaro, in uno dei bei capitoli (Il cecchino e la bambina) della sua prima opera letteraria:
“ I libri servono a farci tenere gli occhi aperti anche quando vorremmo tenerli chiusi”
In altre parole ammonisce: “Se è stato scritto non possiamo più dimenticare”.

Ho immaginato, leggendo le pagine di quest’interessante libro, un uomo teso a sistemare le proprie idee, a dar loro una logica, strutturandole.
E lo fa con grande attenzione e garbo.
Man mano che si sviluppano gli articoli l’autore porge, al lettore, tutte le informazioni per comprende il testo fino in fondo e, in modo pacato, evidenzia gli aspetti importanti che lo spingono a scrivere e il tema diventa denuncia o esaltazione di un fatto, di un uomo, di un luogo. Si leggono interessanti considerazioni, accuse precise, ma mai aggressive, che ti spingono sempre a riflettere e rimangono lì tangibili.
L’autore cattura le cose che lo circondano e da questo punto di partenza ti coinvolge in un viaggio che attraversa fatti ed uomini consegnandoti non solo importanti informazioni, ma argute considerazioni.
Per questo l’articolo diventa un’esperienza importante su nuovi ed originali argomenti o puntuale approfondimento di temi conosciuti.

L’interesse di Gaetano Romano ad organizzare le proprie idee, i propri pensieri, viene da lontano, infatti, già da tempo, sul suo blog, Romano, propone gli argomenti oggi raccolti nel libro.
Ma il blog, internet, non sono solo il mezzo per comunicare, è anche il luogo dal quale osservare il mondo

Leggendo il libro mi è venuto alla mente Fernando Pessoa, lo scrittore portoghese che alla finestra, di una casa di uno dei vicoli della vecchia Lisbona, si fermava ad osservare il mondo che lo circondava e da quelle meditazioni sono nati brani, tra i più belli e profondi mai pubblicati. Ha scritto dell’Inquietudine.
Romano mi fa pensare ad un moderno Pessoa, ad un Pessoa del 2000 teso ad osservare il Mondo dei fatti.
Li osserva, è colpito da essi, li medita, li propone, li commenta e può essere inquietudine o esaltazione.


Il libro è diviso in 4 parti:
mondo
luoghi
figure
scritti d’arte

Prima parte. Mondo
È un’analisi di fatti accaduti nel nostro mondo. E non ha paura di affrontare temi di ampia importanza che farebbero tremare le gambe, lo fa con pacata saggezza e maestria e te li offre come se fossero tuoi.
Ci parla dell’Olocausto ma con pari dolore e sdegno delle bombe nucleari sganciate in Giappone. E poi di Delara Darabi condannata a morte per impiccagione a soli 17 anni. Fa delle considerazioni attente sulla psicoanalisi e su Freud e allo stesso modo ci presenta tanti altri spaccati del nostro universo, siano esse storie immense, o fatti semplici del nostro vivere quotidiano.


Seconda parte. Luoghi
L’autore non è solo ad una finestra affacciata sul mondo.
Ha un’attenzione particolare per i paesaggi.
Ed ogni luogo è da esplorare, pensare: in particolare i luoghi che incontra lungo il cammino, i luoghi della sua infanzia, i luoghi del suo paese ed in questi capitoli, dal sapore più personale, a mio avviso, suscita le emozioni più intense. E questi paesaggi diventano spesso i luoghi dell’anima dove perdersi con i propri pensieri.
Sono i suoi spazi: monte Somma, Ercolano, Fiume Sarno. E luoghi ancora più intimi: la finestra di fronte, il cimitero del proprio paese.
Descrive spazi che si popolano di figure, pensieri e sembrano dissolversi tra le righe per ritrovarli poi fortemente impressi nella mente.
E tra questi luoghi è raccontato, con delicatezza Il fiordo di Furore.

Terza parte. Figure
Abbiamo detto Fatti, luoghi, ma non potevano mancare gli Uomini. Gli uomini, quelli veri: Alda Merini. Saviano, Pasolini, Falcone, Borsellino, Giancarlo Siani, Leopardi, ma ci parla anche di autori meno noti come Rocco Scotellaro, uomo fortemente radicato alla sua terra, la terra del sud, per la quale Romano condivide, con lo scrittore di Tricarico, un amore profondo.


Quarta parte. Scritti d’arte
Si mescola in questi capitoli l’amore per la scrittura ed il lavoro di ogni giorno.
Con sapienza Romano ci parla di numerosi autori e delle loro opere. Gli scritti si popolano di colori dietro i quali è piacevole perdersi…

Sono numerosissimi gli spunti offerti da “Scritture” ed è impossibile inseguirli tutti, ma prima di concludere vorrei sottolineare l’interesse dell’autore per i confronti.
Romano è attratto dai confronti. Quello che interessa all’autore non è l’ampiezza dell’opera compiuta ma la motivazione, la ricerca, il percorso.
Per cui non c’è differenza tra i colori dell’immenso Van Gogh con i colori dei sogni di Delara Darabi: la pittura come via d’uscita, rivolta, sovversione terremoto.
I confronti possibili sono tanti e non vi sono limiti di spazio o di tempo:
Il fiume Sarno ed il Po – il Salento ed il Texas – Rocco Scotellaro e Sergej Esanim e …
Grazie, infine, all’autore perché ci ha regalato con “Scritture” uno spaccato degli ultimi anni con puntuali informazioni e ci sollecita a pensare, a rincorrere emozioni in un libro in cui si intrecciano e si rincorrono, Uomini, fatti, luoghi del “Nostro piccolo, grande mondo”.

Enzo Capuano

venerdì 2 luglio 2010

Presentazione SCRITTURE nell'Antico Borgo della PRAIA





Domenica 4 Luglio alle ore 19, sarà presentato,presso il ristorante Alfonso a Mare, che si affaccia sulla pittoresca spiaggia della " Praia " antico borgo di pescatori nel comune di Furore ( sa ) il volume saggistico " Scritture, sguardi e paesaggi del blog " di Gaetano Romano, Metart Edizioni.

Interverranno il Sindaco di Furore, Prof. Raffaele Ferraioli, il Dott. Enzo Capuano,medico e scrittore, e l'autore.

Mondo, Luoghi, Figure, Scritti d’Arte, sono le sezioni che compongono il volume, nato dall'urgenza del dialogo in rete, ha poi trovato nuova vita nella dimensione cartacea.

Percorsi contemporanei nel magma dell’oggi, tra conflitti, rovine, ambiente, violenze, intolleranze, corpi violati e corpi multiformi dell’arte, figure di poeti e di artisti visivi, di oppositori, di giudici, di innocenti, di migranti - scorrono frementi sulle pagine di Scritture.

sabato 19 giugno 2010

Addio a Josè Saramago



Addio a Josè Saramago, il grande scrittore portoghese si è spento a Lanzarote all’età
di ottantasette anni.

Aveva lavorato fino all’ultimo, e nel suo computer è stato trovato in fase di ultimazione un romanzo inedito, dedicato al traffico d’armi e intitolato Alabarde, alabarde, spingarde, spingarde, citazione di un verso.

Premio Nobel 2009, Saramago era voce ferma e decisa , contro oppressori e autoritarismi, e non si tirava indietro quando infuriavano le polemiche, spesso nascenti dalle sue posizioni.

Aveva fatto molti mestieri in gioventù, non potendo contare sull’appoggio della famiglia, molto povera, ma non aveva mai smesso di leggere e formarsi per suo conto.

Il suo primo romanzo con il quale si rivela al grande pubblico è Memoriale del convento, apparso e tradotto nel 1982, quando Saramago ha sessant’anni, in cui parla dell’Inquisizione in un epico affresco del ‘ 700 portoghese, poi è la volta de Il vangelo secondo Gesù Cristo, una sorta di vangelo laico che scandalizzò la chiesa portoghese.

Arriva poi Cecità, la perdita della vista di una popolazione intera diviene anche buio della ragione dell’uomo, e Il Quaderno, che raccoglie tutti gli scritti del blog curato dal romanziere, anche quelli contro Berlusconi, che segna la rottura con la storica casa editrice Einaudi.

L’ultimo romanzo pubblicato in vita è Caino, il racconto rivisto del primo omicidio della storia.

Straordinaria figura di scrittore e intellettuale, mai domo, e sempre pronto alla sfida, credeva nell’impegno della scrittura come pratica severa da cui non può prescindere la verità e l'eticità dei comportamenti.

sabato 12 giugno 2010

Addio a Louise Bourgeois




Si è spenta alla veneranda età di 98 anni l’artista Louise Bourgeois, dopo una vita dedicata alla ricerca, gremita di lavoro e, negli ultimi anni, densa di riconoscimenti in Europa e negli Stati Uniti.

L’immagine sua forse più definitiva l’ha lasciata nel 2000, nell’allestimento che inaugurava uno dei nuovi templi dell’arte contemporanea mondiale, la Tate Modern di Londra, dove l’amatissima artista, aveva lasciato, pulsanti nella metamorfosi delle forme, tre altissime torri che, collocate nella sala d’ingresso, l’immensa Turbine Hall, contenevano, ciascuna, sculture di una madre e del proprio bambino, mentre un gigantesco ragno femmina in acciaio ( Maman ) trasportava, lì accanto, le sue uova.
Si formò come scultrice alla École des Beaux-Art di Parigi, per poi approdare a New York City nel 1938. Acquisì la cittadinanza degli Stati Uniti nel 1951 e partecipò a diversi correnti artistiche, dapprima sotto l'influenza del surrealismo degli emigrati dall'Europa, e, dedicandosi, a partire dagli anni sessanta, alla lavorazione del metallo realizzando tra l’altro delle installazioni.
La sua popolarità aumentò con la partecipazione alla Documenta nel 1983 ed alla Biennale di Venezia nel 1993.
Negli anni più maturi, l'artista si occupa in maniera approfondita di temi come la sessualità, la famiglia e la solitudine, rappresentando immagini trasfigurate del membro maschile nelle sue installazioni e celebrando il concetto di maternità con enormi sculture filigrane a forma di ragno; si tratta di opere di carattere onirico spesso ripetute per essere poi installate in diverse città, dell'altezza di una decina di metri.
La Tate Modern di Londra le ha dedicato un’ampia retrospettiva in occasione del suo novantacinquesimo compleanno (2007, destinata a continuare in diverse sedi di prestigio tra cui il Centre Pompidou
Dal 5 maggio al 19 settembre 2010 aprirà al pubblico una retrospettiva a Venezia a cura di Germano Celant, presso la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, che presenta la produzione quasi sconosciuta di opere realizzate in stoffa.
La notizia della morte di Louis Bourgeois è arrivata come un lampo nella città lagunare il 31 maggio, mentre era in corso la preparazione della sua mostra al Magazzino del Sale. Louise Bourgeois. The Fabric Works (Louise Bourgeois. Lavori in tessuto) sarà così l’ultima mostra in cui l’artista ha partecipato attivamente, prendendo parte con sensibilità e passione ad ogni fase della preparazione.
La mostra, la cui ‘portata mediatica’ va ben oltre le previsioin iniziali, sarà visitabile fino al 19 settembre presso la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova.
Oltre al Magazzino del Sale ci sarà a disposizione anche lo Studio di Vedova, al numero 50 delle Zattere, recentemente rinnovato.
Curata da Germano Celant in collaborazione con Jerry Gorovoy del Louise Bourgeois Studio di New York, la mostra presenta opere in gran parte sconosciute fatte di tessuto e una ricca serie di disegni creati tra il 2002 e il 2008.
Principalmente montaggi, collage e assemblaggi di pezzi di suoi vestiti e biancheria, queste opere hanno una energia inquietante e sorprendente che deriva dalla loro ricchezza di colori e di linguaggio, simbolico e intimo.

Sempre in perenne oscillazione tra temi intimi e personali estrapolati dal suo vissuto, la Bourgeois ha posto per così dire, il suo posto di osservazione, dall’alto di una stazione dove inquieta e dissacratrice, osservava e produceva forme metamorfiche estrapolate da ossessioni ( la madre-ragno, ad esempio, infinitamente da lei amata, aggredita dalla violenza e dalla volgarità del padre )
Per poi stemperarle nella profondità degli archetipi e dell’ancestro.
Addio Louise.

venerdì 14 maggio 2010

La pittura mi ha cambiato la vita



“ La pittura mi ha cambiato la vita “ così dice Gaspare Mutolo, esponente siciliano di Cosa Nostra e ergastolano per una miriade di omicidi, che afferma di aver incontrato in carcere per la prima volta colori e tele, su cui ha dipinto case di campagna, boschi, marine.

La solitudine della prigionia e le ore interminabili che non passavano mai, lo convinsero a dedicarsi alla introspezione soggettiva, e a guardare ai luoghi dove sono le radici della sua terra siciliana, e a convincere anche un “ pezzo da novanta “ come Luciano Liggio, a fare la stessa cosa, anche se il capomafia di Corleone, non dipinse mai nulla, limitandosi a mettere solamente la firma ai quadri fatti da lui.

Le opere di Mutolo, ex trafficante di droga e, da oltre 15 anni, collaboratore di giustizia e pittore, sono state esposte per la prima volta ad Aprile di quest’anno, in una galleria d’arte di Roma.

Sono Paesaggi della Sicilia, dai colori tenui, dalle forme semplici e quasi elementari, dove gli alberi proiettano le loro ombre sul terreno cosparso di foglie; barche in navigazione, rustici di campagna con alberi di fichi d’india.

La pittura mi ha cambiato la vita, dice - ma anche l’incontro con i giudici Falcone e Borsellino, che erano magistrati per avevano amore per la giustizia, che amavano la loro terra che volevano liberare dalle catene della mafia mi hanno convinto a collaborare con la giustizia.

Gaspare Mutolo, vive da anni al nord Italia, in una casetta dove si è anche ricavato un piccolo laboratorio per dipingere in pace, lontano da tutti, ma non dalle radici della sua terra natia, dove potentissimo, nei primi anni ottanta, possedeva palazzi e terreni, e girava in Ferrari, mentre il denaro scorreva a fiumi, e la pittura era una pratica sconosciuta.

mercoledì 28 aprile 2010

Angelo Casciello al Frac di Baronissi

Si è aperta nel mese di Marzo di quest’anno, al Frac di Baronissi, una ampia rassegna dell’artista salernitano Angelo Casciello, dal titolo Le Giornate Disegnate, Disegni e Maquettes, per la cura attenta di Massimo Bignardi, critico e storico dell’arte, direttore del Frac.

Il catalogo, edito per le Edizioni Plectica, si apre con un lungo saggio del curatore, che accompagna il visitatore nelle segrete stanze di Casciello, che per la prima volta, ha esposto, e messo in luce, una grande quantità di disegni inediti, amorevolmente custoditi in questi anni, e abilmente selezionati da Bignardi, a tracciare un itinerario dei segni, per certi versi minimale, tanta è l’eleganza che rivelano questi segni vergati con mano felice, sulle bianche, intonse superfici di carta.



“ Il disegno è l’onesta dell’arte “ . Per anni questo motto, è quanto ricorda Matisse nel 1937, si è riproposto al suo pensiero con il peso di un monito. Era inciso nel marmo del piccolo monumento dedicato ad Ingres posto, continua il ricordo, “ nel vestibolo del corso di disegno, detto ‘ Cours Yvon ‘, all’Ecole Nationale des Beaux-Arts. Più avanti, nella chiosa del testo apparso sulla rivista “ Verve “, il maestro della Danse dando continuità a tale affermazione, scrive: “ L’importanza di un artista si misura con la quantità di nuovi segni da lui introdotti nel linguaggio plastico “.

Così Bignardi apre il suo lungo ed esaustivo saggio sull’artista di Scafati, con cui ha condiviso una lunga stagione trentennale di sviluppi e cammini paralleli nell’arte.


Dopo la mostra antologica del 2003 a Castel dell’ Ovo di Napoli, dove Casciello lasciò mano libera ai lavori di scultura eseguiti nei decenni scorsi, accompagnati da grandi tele di pittura a dialogare con gli imponenti obelischi di ferro, ora, questa mostra concentrata e ragionata, pone in essere la conoscenza dell’intensa attività disegnativa, che da sempre ha svolto, sottotraccia, riposta e silente, un lavoro di scavo e di conservazione di quei segni preziosi, che - sottratti all’oblio del tempo - come annota Maria Zambrano quando afferma “ Il tempo ha una origine abissale. E’ un abisso che si estende alla superficie. E così, la dimensione essenziale del tempo è la profondità, non la durata. Dura alla sua superficie. Dura nel mentre che sostiene, che non divora “ sono, la trama stessa concettuale che sorregge in alcuni casi, i successivi lavori; pittorici, oppure plastici, o anche restano disegni, opere in sé, parte gelosa e intima della vita dell’artista.


Nella vita di uno scultore, come da sempre e storicamente accertato, il disegno è un compagno di viaggio fedele, esso stesso è garanzia e assenza di solitudine nella vita creativa e operosa dell’artista; è un dialogo muto tra l’artista abile facitore di segni, e il foglio intonso che attende di essere campito, come accade ad Angelo Casciello, dal ductus magistrale, che recupera intense sopite gestualità antropologiche che dalla fine degli anni settanta lo seguono come un ombra.

Durante un suo lungo soggiorno a Milano nel 2003, Casciello, nell’impossibilità di ampi spazi per interloquire con superfici pittoriche e scultoree, si concede alla forza germinativa e pulsante del disegno; nascono in questo modo alcuni taccuini, e gli album serbati gelosamente per anni, dove il segno incontra il piacere dell’estro creativo, della rilassata, ma nello stesso tempo avvertita tensione, che nel rigore di forme che diresti liberamente riaffioranti, si solidificano per spessore concettuale, in ampie ariose schermature del pensiero.



Un altro Casciello sembra venir fuori da questa mostra, che svela e conferma quanto l’attività disegnativa, soprattutto nella vita degli operatori plastici, sia irrinunciabile, improcrastinabile; essa stessa, dal fondo del suo silenzio, arranca e morde lo spazio dell’esistenza, per bilanciare il peso della morte con il peso e la forza trascinante dell’azione.



Disegni, non è però il termine giusto, per indicare la pulsante e germinativa vitalità di questi lavori stagionati a lungo al chiuso e al silenzio dello sguardo, e vegliati dall’artefice - meglio dirli “ opere in sé “ che si dipartono dalla fine degli anni settanta, come “ Studi per terre “ dove i neri e i grigi cari all’autore iniziano a declinare valenze morfologiche assorbenti; oppure “ Studio per ambiente nero “, o “Rosso “ dell’ottanta - come rappresentano una vera rarità, alcuni Fotogrammi dello stesso anno, realizzati da Casciello in camera oscura, e facenti parte di un unico book di dieci opere, dove regna l’alchimia di segni, incisi, oppure prodotti dallo sfregamento di lastre, dal fumo di una candela, oppure da altri inventivi stratagemmi.

Gli anni ottanta declinano così, le loro valenze di riposte energie, come in “Studio per Tirerò tutti al centro della mia energia “ pastello oleoso su carta, di intense valenze antropologiche.

Altri, prepareranno il terreno a future sculture, imponenti, disseminate di memorie parlanti attraversi innesti eterocliti; altri ancora si trasformeranno in pitture vere e proprie, grandi pannelli parietali, dove Casciello, aperto il suo libro segreto, narra le sue storie di ieri mentre furioso, impazza il presente, così come accaduto nel 1991, quando l’artista dipinge le pareti della Abbazia Cistercense di Santa Maria a Realvalle, dando luogo ad un intervento in situ, che si dipana come un lungo racconto intimo dove il segno celebra la sua epifania; ispessito e grondante di umori terragni, invade il biancore grezzo delle pareti, innestando un ciclo di stagioni e di radici profonde, memore della fertilità della terra, dove la natura con i sui segni millenari, posa le sue tracce nell’antico luogo di culto.

Altri ancora, come una spirale ci risucchiano, mentre animati dal riserbo, continuano a vivere la loro esistenza di segni, sui fogli, dove la mano di Casciello li ha deposti tanto tempo fa, al riparo del clamore e dei rumori del mondo.

Una perenne ricerca mai interrotta di luoghi silenti e senza ospiti, di simboli disparati di matrice classica o onirica, strappati all’attualità o alla memoria, si sovrappongono e dialogano fittamente sul tessuto cromatico da cui sembrano, in concomitanza, emergere.